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Da Cavallaro a Van De Sfroos: il folk canta in dialetto. La tendenza è consolidata e ci sono artisti che suonano per migliaia di fan Ma rimane il pregiudizio: perché il “fado” ci sembra chic e gli stornelli no?

Litorale Jonico - Litorale Jonico News
Scritto da GuardavalleWeb   
Venerdì 06 Agosto 2010 18:55
Corri e ricorri, torna la musica folk. Negli anni Settanta c’era l’onda dei vari Musica Nova, NCCP, Napoli Centrale, Canzoniere del Lazio, gente che sperimentava mischiando rock, jazz, progressive, tradizione. Poi a inizio duemila sembrava che in tutt’Italia non si facesse altro che ballare la tarantella. E rieccoci, nel 2010. Ma ora le coordinate sono [...]



van_de_sfrossCorri e ricorri, torna la musica folk. Negli anni Settanta c’era l’onda dei vari Musica Nova, NCCP, Napoli Centrale, Canzoniere del Lazio, gente che sperimentava mischiando rock, jazz, progressive, tradizione. Poi a inizio duemila sembrava che in tutt’Italia non si facesse altro che ballare la tarantella. E rieccoci, nel 2010. Ma ora le coordinate sono diverse. Per esempio l’idea degli organizzatori di Sanremo di ammettere al Festival il dialetto è stata presa come una tendenza leghista, ed è una cosa che fa pensare. Una volta gli amici del popolo erano quelli che cantavano la rivoluzione col pugno alzato, i lettori di Levi e di De Martino. Adesso, invece l’etnico, come la cultura regionale, è passato da sinistra a destra. E la (ri)scoperta dell’etnico è tutta anti ideologica. Si riferisce alle tradizioni dei posti, e spesso ad un pubblico locale. Si veda per esempio il caso del liscio in Emilia Romagna. Massimo Bubola, l’autore tra l’altro di Quello che non ho per De Andrè, ha pubblicato un mini album di sei brani in cui reinterpreta i classici del genere, intitolato Romagna Nostra. O si veda il fenomeno Mimmo Cavallaro, in Calabria muove dalle tre alle cinquemila persone a concerto, un pubblico che si riconosce davvero nei ritmi dello chansonnier jonico. E in effetti la Calabria, fanalino di coda d’Europa da tanti punti di vista, è diventato un posto interessante dal punto di vista musicale. Dei trenta finalisti del Primo Maggio tutto l’anno ben tre erano calabresi: Quartaumentata, Nuju e Marvanza Reggae Sound. Questi ultimi, col loro reggae grintosissimo e le loro parole in dialetto di Monasterace (Rc) si sono esibiti sul palco del concertone, una delle poche note di colore di un’edizione ingessata e, giustappunto, sindacalizzata come poche. C’è anche la Puglia, con i foggiani Rione Junno, che rifanno la pizzica in modo postmodernamente gradevole. E naturalmente al Nord Van De Sfroos è una garanzia. Ma è tutto il mercato musicale che, spostandosi dalla dimensione discografica a quella dei concerti, chiede sempre più artisti locali. Una frammentazione che potrebbe alla fine risultare sorprendente. Ovviamente l’uso dei dialetti è un elemento importante e non ha niente a che vedere con strapaesanesimo e xenofobia come pensano le anime civilizzatrici. I ricercatori di dialettologia confermano che il dialetto è il più veloce veicolo di integrazione culturale. Gli immigrati l’imparano prima dell’italiano. Un fatto da meditare. Ovviamente l’onda «etnica» che de resto è diventata quasi istituzionale in altri settori, vedi cibo e vino, si porta dietro un serio lavoro di ricerca sulle tradizioni. Una rivista come Terra Insubre fa cultura e informazione parlando del Nord, e una piccola ma interessante casa editrice come la romana Squilibri pubblica lussuosi libri con Cd allegati sulle musiche tradizionali di tutt’Italia, dalla Sicilia alla Lombardia. L’etnico è tornato quindi, e questo è un dato evidente anche a livello internazionale. Tutta una branca di pop folk si rifà alle tradizioni musicali inglesi, irlandesi, celtiche, per esempio i folktronici Tunng. In Nord Europa gente come Alan Stivell, da cui il nostro Battiato ha preso più di una melodia, muovono centinaia di migliaia di persone. Insomma, il folk è alla riscossa, questo lo vedono tutti. Quello che non tutti sanno è che la musica pop italiana, quella che deriva da quella inglese e americana, e che bene e male fa perno intorno a San Remo, è nata da un sacrificio rituale, quello della musica popolare italiana vera. Negli anni Cinquanta Alan Lomax, famoso ricercatore di blues e scopritore del Flamenco, fece una sorta di grand tour in pullmino in tutt’Italia, con registratore al seguito. Migliaia di ore di nastri, dai pescatori di tonno di Scilla ai Lallallero di Ceriana. Nel ’53 propose alla Rai di organizzare delle tramissioni radiofoniche per far conoscere la musica d’Italia agli italiani. Non gli venne data retta perché fu deciso di puntare in modo massiccio sul Festival di San Remo. La storia è raccontata nel bel libro Gli anni Più felici della mia vita, pubblicato da Il Saggiatore. Risultato: oggi se qualcuno ci parla di Fado o di Cajun pensiamo a qualcosa di nobile, se invece si parla di Stornelli o di Tarantelle ci viene in mente la sagra della salsiccia. A volte va così.

Fonte:  ilgiornale.it -  Bruno Giurato


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