San Luca (RC) Operazione “Reale”, ma Giuseppe Pelle e Rocco Morabito figli del “Gambazza e Tiradrittu”, sono i nuovi capi della ‘ndrangheta? Caro figlio, tutto questo un giorno sarà tuo.
Dall’operazione indagine è emerso lo stretto rapporto operativo che le cosche Pelle di San Luca e Morabito di Africo, avevano col gruppo Ficara-Latella di Reggio Calabria. Le persone fermate erano tutte in libertà e dirigevano direttamente gli affari delle cosche. Otto le persone fermate, di cui ben cinque della “famiglia” dei Pelle di San Luca (RC); compreso il reggente del clan Giuseppe Pelle, “erede…universale” dei beni del defunto Capo Crimine riconosciuto di tutta la ’ndrangheta, il capo del Mandamento Jonico, Antonio Pelle; ed inoltre Rocco Morabito, figlio del padrino detenuto Giuseppe, inteso “U Tiradrittu; Giovanni Ficara ed Antonino Latella, tutti esponenti di vertice delle cosche della fascia jonica. Hanno partecipato all’operazione anche i Carabinieri del Ros, diretto dal vice-comandante Mario Parente. Hanno eseguito un provvedimento di fermo di indiziato di delitto, emesso dalla locale Procura Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria diretta dal dottor Giuseppe Pignatone nei confronti di 9 indagati per associazione mafiosa, estorsione e intestazione fittizia di beni.
SAN LUCA (RC), DECAPITATA LA FAMIGLIA DEI PELLE DI SAN LUCA, SE L’ OPERAZIONE “REALE“ ESCE DAL… LABIRINTO “. IL TESTAMENTO DI “GAMBAZZA E TIRADRITTU”: CARO FIGLIO, TUTTO QUEL CHE VEDI COI TUOI OCCHI, CHE TOCCHI CON LE TUE MANI, UN GIORNO SARÁ…TUO! E’ TEMPO DI RIFORME ANCHE NELLA ‘NDRANGHETA?
Al tavolo della conferenza stampa, il procuratore capo della Repubblica di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone, con gli aggiunti Nicola Gratteri e Michele Prestipino Giarritta; il colonnello Angelosanto, comandante provinciale; il tenente colonnello Carlo Pieroni, comandante del Reparto Operativo ed il vice-comandante del ROS, Mario Parente. Il Procuratore ha illustrato in maniera esaustiva ed esauriente, il nuovo quadroche si va delineando, dopo l’arresto dei grandi latitanti. L’attuale filone investigativo ha documentato il ruolo di vertice assunto dagli indagati Pelle Giuseppe e Morabito Rocco, succeduti ai padri, “Gambazza” e “Tiradritto”, nella effettiva gestione degli interessi delle cosche della fascia ionico-reggina; anche nei rapporti con importanti sodalizi del capoluogo, tra cui i “Ficara” e i “Latella”, funzionali al perseguimento di strategie unitarie e, soprattutto, ad assicurare gli equilibri criminali nell’area. In tale àmbito, è emersa la trattativa tra Pelle Giuseppe e Latella Antonino, instaurata per la designazione del reggente del locale di Roghudi, in seguito al decesso per cause naturali di Romeo Antonio “Bistecca”, avvenuto all’inizio dell’anno, condotta con riferimento agli accordi, già documentati alla fine degli anni ‘90 dall’indagine “Armonia”, che avevano sancito la fine del sanguinoso conflitto tra gli “Zavettieri” e i “Pangallo”.
Domenico Salvatore
LA NOTIZIA
San Luca (RC)-L’operazione “Reale”, costituisce lo sviluppo dell’indagine “Labirinto” del R.O.S., avviata nel 2007, in direzione della cosca “Pelle” di San Luca (RC) e finalizzata alla cattura del boss Pelle Antonio “Gambazza”, inserito nell’elenco dei 30 latitanti più pericolosi, arrestato dallo stesso R.O.S. il 12 giugno dello scorso anno, dopo una lunghissima latitanza.Nel corso delle indagini, si era pervenuti all’arresto, di numerosi esponenti del sodalizio; ed al sequestro di beni, per oltre 200 milioni di euro, depotenziando così significativamente, l’organizzazione criminale; peraltro in un momento in cui i “Pelle” ed i loro alleati storici, i “Vottari”, stavano fronteggiando i “Nirta-Strangio” nella tristemente nota faida di San Luca, culminata nella c.d. “Strage di Duisburg” dell’agosto 2008.
LA NOMINA DEL SUCCESSORE DI ROMEO, HA RIPROPOSTO INFATTI, L’ANNOSA INGERENZA DEGLI ESPONENTI DI VERTICE DELLA ZONA SUD DI REGGIO CALABRIA, SUL LOCALE DI ROGHUDI, in ragione dell’originaria collocazione del paese, nella zona di competenza delle cosche reggine; e trasferito, dopo le inondazioni degli anni ’70, nella costa jonica, tra Condofuri e Melito Porto Salvo.Le indagini, hanno evidenziato la progressione in grado di diversi soggetti, riconducibili alle famiglie Zavettieri e Tripodi, in passato protagonisti della contesa per il controllo di quello stesso locale; e, soprattutto, l’intendimento di Pelle Giuseppe e Morabito Rocco, di trovare una soluzione al problema con l’equiparazione delle cariche di alcuni affiliati appartenenti alle diverse fazioni, al fine di equilibrare l’importanza, rivestita dalle due famiglie. La vicenda, ha quindi confermato la posizione di assoluto rilievo, riconosciuta agli esponenti della famiglia Pelle, in relazione al richiamo delle regole vigenti nella ‘ndrangheta, avendo riguardo alle problematiche ordinative delle singole cosche; e alle gerarchie tra gli affiliati.
TRA GLI ARGOMENTI, TRATTATI NEGLI INCONTRI TRA I DIVERSI CAPIBASTONE, EMERGE ANCHE UNA CONSULENZA DI PELLE GIUSEPPE A FICARA GIOVANNI, PER LA COSTRUZIONE DI UN BUNKER simile a quello utilizzato da Saverio Trimboli, arrestato dai carabinieri il 13 febbraio u.s.. Pelle, dopo aver fornito suggerimenti sul tipo di abitazione, maggiormente idonea ad ospitare simili nascondigli, prometteva anche, l’invio dell’operaio specializzato per la realizzazione del bunker. L’indagine, ha altresì evidenziato l’attuale pervasività del gruppo “Pelle”, nell’area di San Luca, Bovalino e comuni limitrofi, mediante l’imposizione di estorsioni agli operatori economici e i tentativi di infiltrazione negli appalti pubblici, attraverso imprese controllate. Particolarmente allarmante si è rivelata la progettazione di un sequestro “lampo” di un imprenditore edile locale, allo scopo di estorcere al socio una tangente, dell’importo di 40.000 euro, sui lavori eseguiti per un appalto pubblico nel comune di Condufuri (RC), la cui consegna era stata più volte procrastinata dagli interessati. L’indagine ha offerto uno spaccato di estremo interesse per la comprensione delle attuali strategie della ‘ndrangheta, confermandone l’evoluzione, sotto il profilo organizzativo, con gerarchie interne, aree di competenza e cariche sovraordinate alla tradizionale struttura orizzontale dei locali.
I NOMI DEGLI ARRESTATI:
Pelle Giuseppe, classe 1960 Pelle Sebastiano, classe 1971 Pelle Domenico, classe 1985 Pelle Antonio, classe 1986 Pelle Antonio, classe 1987 Latella Antonino, classe 1949 Ficara Giovanni, classe 1964 Billari Costantino, classe 1980. E’ sfuggito all’arresto, Rocco Morabito, latitante da anni, figlio del capobastone “don Peppe” Morabito, inteso ‘U Tiradrittu
Non è prassi consuetudinaria di porgere i complimenti alla magistratura ed al magistrato. Si corre il rischio di essere tacciati di… ruffiano, adulatore, lusingatore, leccapiedi è davvero grosso. Purtroppo per noi, siamo soliti dire, quel che pensiamo. E chi ci conosce lo sa. L’azzardo Pazienza. No, perché questo procuratore ci sembra efficiente e funzionale, chiaro, professionale, disponibile. Quando non condivide le domande stuzzicanti e provocatorie dei giornalisti, dissente e diverge, ma riesce a mantenere un dialogo funzionale. Questa è la sua vera forza. Un dialogo possente, che sposta le montagne. Tracima e deborda simpaticamente, se c’è una spit fire impazzita, ma ha il massimo rispetto per il lavoro degli altri. Comunque non esce mai fuori dal seminato e non va sopra le righe. Non fa la prima donna a tutti i costi, ma non rinuncia sicuramente alle sue prerogative.
In questo momento storico è il Procuratore più gettonato del mondo, perché dirige LA PROCURA “NUMERO UNO”. QUELLA CHE COMBATTE CONTRO LA MAFIA PIÙ POTENTE AL MONDO: LA ‘NDRANGHETA. Il suo modo di porgere le cose, la disponibilità, facilita il nostro lavoro d’informazione. Questo è certo. Anche quella di Palermo, in illo tempore, era la “numero uno”; prima della cattura del capo della Cupola palermitana, Bernardo Provenzano, inteso ‘U zu’ Binnu. Arrestato l’11 aprile 2006, in località Montagna dei Cavalli a Palermo-Corleone, Il capo dei Capi di Cosa Nostra, venne arrestato dalla Polizia di Stato: Giuseppe Gualtieri era il Capo della Squadra Mobile; Renato Cortese, capo dello Sco; coordinati dai p.m. Michele Prestipino Giarritta e Marzia Sabella, che agivano , guarda caso, coincidenza e combinazione, sotto le direttive di Giuseppe Pignatone procuratore aggiunto della Procura di Palermo. A botta calda, Pignatone disse:«Durante latitanza si è reso imprendibile grazie a due condizioni: un reticolo di personaggi incensurati e fedelissimi che gli procuravano un solido appoggio logistico e la sua capacità di comunicare per iscritto, senza ricorrere alla tecnologia. Ben sapendo che i telefoni vengono intercettati, Provenzano si è sempre servito di “pizzini” passati di mano in mano. In questo modo è riuscito fino a stamattina a eludere la cattura. Noi lo abbiamo battuto sul suo stesso terreno, controllando al millesimo le informazioni e riducendo in modo drastico i contatti che potessero risultare permeabili.». Questore di Palermo era Giuseppe Caruso; procuratore nazionale della DNA, Piero Grasso; presidente della CPA, Giuseppe Lumia, ministro degl’interni Beppe Pisanu; presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi.
“GRAZIE PER ESSERE VENUTI” DICE AI GIORNALISTI, PIGNATONE PRESENTANDO GL’INQUILINI DEL TAVOLO. NICOLA GRATTERI E MICHELE PRESTIPINO; I COLONNELLI, IL GENERALE, MA ANCHE I SUOI COLLEGHI: MARIA LUISA MIRANDA E GIOVANNI MUSARÒ, non presenti, che stanno svolgendo un lavoro efficace. Pignatone, spiega per filo e per segno, le ragioni che hanno spinto la magistratura a stringere i tempi. Tra cui, il pericolo reale di fuga, degl’inquisiti. Porge i complimenti al legislatore, che finalmente ha introdotto, ma solo di recente, nei testi di diritto penale, la parola “ ndrangheta”. Torna a parlare dell’operazione Armonia, uno dei capisaldi investigativi degli ultimi anni. Autentica pietra miliare, per capire come vanno a parare i nuovi assetti tattici della ‘ndrangheta.
SI TORNA A PARLARE DEI TRE MANDAMENTI: JONICO, TIRRENICO E REGGINO, DEI COLLEGI SENATORIALI E REGIONALI, MA SOPRATTUTTO DELLA “PROVINCIA”, UNA SORTA DI ORGANO SUPREMO DELLA ‘NDRANGHETA, CON POTERI DECISIONALI SULL’INTERA STRUTTURA MAFIOSA. Se fosse vera questa ipotesi investigativa, comporterebbe una trasformazione radicale. Resta da vedere se l’organizzazione diventa verticale o conserva in parte il suo assetto orizzontale. Insomma dopo l’arresto dei mammasantissima di maggiore prestigio o lo sballo di altri e perfino il decesso in carcere, all’ospedale od in casa di alcuni, si rende necessaria una riforma. Il generale Mario Parenti, vice-comandante del ROS precisa:” Si tratta di un’indagine importante, che testimonia l’evoluzione organizzativa interna alla ‘ndrangheta. Un successo, dovuto alle risorse investigative fornite dall’Arma territoriale, perché la cattura dei latitanti non va disgiunta dagli aspetti associativi”. Il colonnello Pasquale Angelosanto, comandante provinciale plaude alla professionalità, capacità e gradualità e sottolinea l’impegno complessivo. Emerge dalla parole degl’investigatori, il tentativo di alcuni referenti di spicco come i Ficara ed i Latella, alleati dei De Stefano-Tegano, di trovare nuovi assetti. Nuove investiture, nuove ripartizioni territoriali. Si è parlato in maniera diffusa del locale di Roghudi. Segno che occupava ed occupa comunque un ruolo importante all’interno della ‘ndrangheta. Ma il nome del capo dei capi della ‘ndrangheta, non salta fuori. Si pensa a qualche grande latitante, ancora uccel di bosco.
NELL’ELENCO DEI TRENTA, FIGURANO DIVERSI CALABRESI AFFILIATI ALLA ‘NDRANGHETA: DOMENICO CONDELLO, RICERCATO DAL 1993, DEVE SCONTARE L’ERGASTOLO; GIUSEPPE GIORGI, RICERCATO DAL 1995, DEVE SCONTARE 17 ANNI DI RECLUSIONE; SEBASTIANO PELLE, RICERCATO DAL 1995, DEVE SCONTARE 14 ANNI DI RECLUSIONE; GIOVANNI TEGANO, RICERCATO DAL 1993, DEVE SCONTARE L’ERGASTOLO; MICHELE ANTONIO VARANO, RICERCATO DAL 2000.
Ecco l’elenco dei boss arrestati negli ultimi diciotto anni: Domenico Libri (‘Ndrangheta), ricercato dal 1989 ed arrestato il 17 settembre 1992 a Marsiglia (Francia); Antonio Imerti (‘Ndrangheta), ricercato dal 1986 ed arrestato il 23 marzo 1993 a Fiumara (RC); Santo Araniti (‘Ndrangheta), ricercato dal 1983 ed arrestato il 24 maggio 1994 a Roma; Giuseppe Barbaro (‘Ndrangheta), arrestato il 29 settembre 1995 a Platì (RC); Antonio Strangio (‘Ndrangheta), arrestato il 19 agosto 1995 a Barcellona (Spagna); Nicola Arena (‘Ndrangheta), ricercato dal 1993 ed arrestato il 6 luglio 1996 a Isola di Capo Rizzuto (KR); Giuseppe Mancuso (‘Ndrangheta), arrestato nel 1997; Girolamo Molè (‘Ndrangheta), ricercato dal 1993 ed arrestato il 12 luglio 1997 a Gioia Tauro (RC);Giuseppe Piromalli (‘Ndrangheta), ricercato dal 1993 ed arrestato l’11 marzo 1999 a Gioia Tauro (RC); Antonio Libri (‘Ndrangheta), ricercato dal 1994 ed arrestato il 23 maggio 2000 a Reggio Calabria Gaetano Santaiti (‘Ndrangheta), ricercato dal 1993 ed arrestato il 20 maggio 2001 a Seminara (RC); Giuseppe Barbaro (‘Ndrangheta), ricercato dal 1990 ed arrestato il 10 dicembre 2001 a Platì (RC).
Carmine De Stefano (‘Ndrangheta), ricercato dal 1994 ed arrestato il 9 dicembre 2001 a Reggio Calabria;Luigi Facchineri (‘Ndrangheta), ricercato dal 1987 ed arrestato il 31 agosto 2002 a Cannes (Francia); Roberto Pannunzi (‘Ndrangheta), ricercato dal 1999 ed arrestato il 5 aprile 2004, a Madrid (Spagna); Orazio De Stefano (‘Ndrangheta), ricercato dal 1988 ed arrestato il 22 febbraio 2004 a Reggio Calabria; Giuseppe Morabito (‘Ndrangheta), ricercato dal 1992 ed arrestato il 18 febbraio 2004 a Cardeto (RC). Pasquale Tegano (‘Ndrangheta), ricercato dal 1994 ed arrestato il 6 agosto 2004 a Reggio Calabria; Vincenzo Iamonte (‘Ndrangheta), ricercato dal 1993 ed arrestato il 30 luglio 2005 a Reggio Calabria; Antonio Commisso (‘Ndrangheta), ricercato dal 2004 ed arrestato il 28 giugno 2005 a Toronto (Canada); Giuseppe Iamonte (‘Ndrangheta), ricercato dal 1993 ed arrestato il 14 maggio 2005 a Santo Stefano in Aspromonte (RC); Gregorio Bellocco (‘Ndrangheta), ricercato dal 1997 ed arrestato il 16 febbraio 2005 a Rosarno (RC; Giuseppe D’Agostino (‘Ndrangheta), ricercato dal 1996 ed arrestato il 23 marzo 2006 a Rosarno (RC); Giuseppe Bellocco (‘Ndrangheta), ricercato dal 1997 ed arrestato il 16 luglio 2007 a Mileto (VV); Salvatore Pelle (‘Ndrangheta), ricercato dal 1991 ed arrestato il 10 marzo 2007 a Reggio Calabria; Pietro Criaco (‘Ndrangheta), ricercato dal 1997 ed arrestato il 28 dicembre 2008 ad Africo (RC); Giuseppe De Stefano (‘Ndrangheta), ricercato dal 2003 ed arrestato il 10 dicembre 2008 a Reggio Calabria; Giuseppe Coluccio (‘Ndrangheta), ricercato dal 2005 ed arrestato il 7 agosto 2008 a Toronto (Canada); Pasquale Condello (‘Ndrangheta), ricercato dal 1990 ed arrestato il 18 febbraio 2008 a Reggio Calabria; Michele Labate (‘Ndrangheta), ricercato dal 2007 e costituitosi il 22 ottobre 2009 a Roma; Carmelo Barbaro (‘Ndrangheta), ricercato dal 2001 ed arrestato il 12 settembre 2009 a Reggio Calabria. Paolo Rosario De Stefano (‘Ndrangheta), ricercato dal 2005 ed arrestato il 18 agosto 2009 a Taormina (ME). Salvatore Miceli (Cosa nostra), ricercato dal 2001 ed arrestato il 21 giugno 2009 a Caracas (Venezuela). Antonio Pelle (‘Ndrangheta), ricercato dal 2000 ed arrestato il 12 giugno 2009 a Polistena (RC). Michele Antonio Varano (‘Ndrangheta), ricercato dal 2000 ed arrestato il 12 maggio 2009 a Gandria (Svizzera). Salvatore Coluccio (‘Ndrangheta), ricercato dal 2005 ed arrestato il 10 maggio 2009 a Roccella Jonica (RC). Giovanni Strangio (‘Ndrangheta), ricercato dal 2007 ed arrestato il 12 marzo 2009 ad Amsterdam (Paesi Bassi). Tanto per citare i mammasantissima di prima grandezza.
Vi sono poi i boss che facevano parte dell’elenco dei cento e dei cinquecento giacente presso gli uffici del Ministero degl’interni.
Andiamo ora a rivedere il parterre del capo-ndrangheta Giuseppe Morabito, in atto detenuto. Mafia griglia Morabito Giuseppe Morabito è noto anche come u tiradrittu (dal dialetto calabrese: … Morabito è stato arrestato il 18 febbraio 2004, 70 anni. Era latitante da 12. Secondo gli investigatori era il numero uno della ‘ndrangheta.
Per il presidente della commissione parlamentare Antimafia, del tempo, Roberto Centaro, “L’arresto di Giuseppe Morabito è ben più importante della cattura di Provenzano“. In precedenza, erano stati arrestati il fratello ed il figlio di Giuseppe Morabito, che si chiamano entrambi Giovanni, di 54 e 40 anni. Un altro figlio del boss, Domenico Morabito di 39 anni, morì il 5 ottobre del 1996, involontariamente ucciso dalla polizia. Viaggiava a bordo di una pantera dei Carabinieri in borghese, che lo stavano trasferendo in caserma e per un tragico errore, durante la sparatoria, fu attinto da un unico colpo di pistola che lo uccise. C’è pure, Rocco Morabito, padre di Bruna e Giovanni.
QUELLA VOLTA CHE “RINGO” ALIAS MORABITO GIOVANNI, SPARO’ A SUA SORELLA BRUNA, NEO-MAMMA, PER VENDICARE L’ONORE. Giovanni Morabito 24 anni, soprannominato “Ringo”, scopre soltanto da una settimana che sua sorella Bruna, 32 anni, ha avuto un bambino. Su due piedi decide di ucciderla. Nonostante che i genitori approvino la relazione della figlia. Anche all’ interno del clan, sembra che non ci siano obiezioni. Ma Giovanni Morabito, la pensa diversamente. Dentro, il tarlo rode. Quell’ onta dev’ essere lavata con il sangue, invece. Parte da Africo, diretto a Messina. Giovanni trascorre la notte in macchina. Quando la trova, con alcuni espedienti vecchi come il mondo ma ancora validi, riesce a convincerla ad accompagnarlo in strada. E qui comincia a sparare con la pistola. La donna, che vive in una stanza, parte di un appartamento occupato da altre persone, a due passi dal tribunale, nel centro di Messina, stramazza al suolo in un lago di sangue, con quattro proiettili nell’addome; lotta e vince contro la morte, in una stanzetta del policlinico di Messina. Giovanni dice al magistrato “Non mi pento, anzi, sono orgoglioso del mio gesto. L’ ho fatto, perché aveva avuto un figlio; e non era sposata. Io non so neanche, chi sia, il padre di questo bambino. Ho sparato, perché non potevo sopportare, che lei si fosse separata dal marito; e avesse deciso di stare con un altro uomo”. Non c’entrava niente, che il fidanzato della sorella lavorasse alla Questura di Messina. “Qualche giorno fa, ho saputo per caso che mia sorella avesse partorito. Lei non ha alcun rapporto con me e con i miei tre fratelli. Bruna parla soltanto con i miei genitori. Sono andato a Bovalino, ho comprato una pistola e alcuni proiettili da un marocchino. Poi sono partito.” Dopo la sparatoria Giovanni Morabito sbarca in Calabria e va dai Carabinieri:” Sono il killer di Messina, sono venuto a costituirmi. Ho ucciso mia sorella”.
I MORABITO, ERANO ANCHE STRETTI ALLEATI DEI “CORLEONESI” DI TOTÒ RIINA, IL CAPO DEI CAPI DI COSA NOSTRA ARRESTATO IL 15 GENNAIO DEL 1993; fu catturato dal Crimor (squadra speciale dei ROS guidata dal Capitano Ultimo) sulle indicazioni del pentito Baldassare (Balduccio) Di Maggio, gestito dal generale dei Carabinieri Francesco Delfino. Riina, latitante dal 1969, venne arrestato al primo incrocio, davanti alla sua villa in via Bernini n. 54, insieme al suo autista Salvatore Biondino, a Palermo; nella quale trascorse alcuni anni della sua latitanza insieme alla moglie Antonietta Bagarella e ai suoi figli; dopo oltre 30 anni di latitanza una parte della quale, assicurano i pentiti di mafia, trascorsa proprio ad Africo, “ospite” di don Peppe Morabito, padre di sei figli, definito dagli investigatori un “personaggio carismatico capace di imporre la pace nelle faide, di essere arbitro e mediatore, dotato di un’ autorevolezza che altri non hanno”. Il ministro dell’Interno, Giuseppe Pisanu ha elogiato Polizia e Carabinieri “raccolgono così il frutto di lunghe e complesse indagini condotte con alta professionalità e grande spirito di servizio”. (18 febbraio 2004).
Atti della Commissione Parlamentare Antimafia presieduta dall’on. Francesco Forgione
Relazione finale di minoranza
Relatori: LUMIA Giuseppe, SINISI Giannicola, RUSSO SPENA Giovanni, SANTULLI Paolo, CEREMIGNA Enzo, ZANCAN Giampaolo, AYALA Giuseppe Maria, BATTAGLIA Giovanni, BOVA Domenico, BRUTTI Massimo, BURTONE Giovanni Mario Salvino, CALVI Guido, DALLA CHIESA Nando, DIANA Lorenzo, GAMBALE Giuseppe, LEONI Carlo, MINNITI Marco, MANZIONE Roberto, MARINI Cesare,MARITATI Alberto, VERALDI Donato Tommaso
I Morabito
A proposito dell’usura, si è parlato dell’indagine ‘Ionio’, della Dda di Roma, che ha portato all’incriminazione all’individuazione di soggetti appartenenti alla cellula romana della cosca Morabito-Bruzzaniti-Palamara di Africo responsabili di reati di usura ed estorsione nei confronti di alcuni commercianti della capitale. In aggiunta la Dia e il Ros dei Carabinieri segnalano la presenza di soggetti appartenenti alle famiglie“Mollica” e “Morabito” in alcuni centri poco distanti dalla capitale, nell’area della Tiberina e della Flaminia, in particolare Rignano Flaminio, Morlupo e Sant’Oreste, dove sarebbero saldamente insiediati e impegnati in estorsioni usura e riciclaggio di capitali illeciti. Se, partendo da questi dati investigativi, si compie un percorso a ritroso –sempreseguendo la traccia di dati provenienti dalle investigazioni, dunque certi- si scopre che non si è al cospetto di presenze sporadiche e nemmeno di semplici “insediamenti”, ma delle azioni esecutive di un medesimo progetto criminale che data da anni. Vediamo perché.
AD AGOSTO DEL 94 UN PERSONAGGIO DI SPICCO DELLA COSCA MORABITO, DELLA PIANA DI AFRICO NUOVO, SANTORO MAVIGLIA, DI 45 ANNI,VIENE ARRESTATO DAI CARABINIERI DEL REPARTO OPERATIVO DI ROMA IN UNA VILLA ALLA PERIFERIA DELLA CAPITALE. MAVIGLIA RICERCATO PER ASSOCIAZIONE A DELINQUERE DI STAMPO MAFIOSO FINALIZZATO ALLO SPACCIO INTERNAZIONALE DISOSTANZE STUPEFACENTI.
Era sfuggito nel ‘93 all’arresto, nell’ambito di una vasta operazione antimafia denominata ” Zagara”, finalizzata a sgominare un vasto traffico internazionale di stupefacenti. I carabinieri si dicono convinti che Maviglia volesse creare una rete di complici nella capitale per operare in particolare nel traffico di stupefacenti e che l’abitazione nella quale e’stato trovato sia stata usata per organizzare incontri con altri esponenti della malavita. Quattro mesi dopo l’11 dicembre del 94 vengono arrestati, a Castel Nuovo di Porto, per estorsione continuata e aggravata, Placido Antonio Scriva, di 27 anni, e Domenico Morabito, di 26. I due, originari di Africo Nuovo in Calabria,taglieggiavano i commercianti di Capena e Morlupo. I carabinieri di Monterotondo, che hanno condotto le indagini e li hanno arrestati, sequestrano,quattro milioni e mezzo in contanti e 72 milioni in cambiali. Scriva risiedeva a Rignano Flaminio e Morabito a Morlupo. Il 15 febbraio del 97 si apprende che sono di un collaboratore di giustizia un tempo legato alla ‘Ndrangheta, i resti umani trovati nell’ agosto dell’anno precedente nei pressi di Sant’ Angelo Romano, a pochi chilometri dalla capitale, sotterrati in un bosco. Si chiamava Antonio Fidelibus, aveva 30 anni ed era originario di Ciampino. Fidelibus, noto con il soprannome di Massimo, era stato sottoposto ad un programma di protezione dopo aver deciso di collaborare, dapprima con la direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria e successivamente con l’autorità giudiziaria di Roma. Il pentito era stato arrestato dai carabinieri del Gruppo di Roma l’ 8 ottobre 1992 insieme con altre undici persone presunte appartenenti ad un’ organizzazione criminale dedita al traffico di sostanze stupefacenti. Gli investigatori avevano individuato alcuni spacciatori che vendevanodosi di cocaina e hashish davanti a numerose scuole di vario grado, sia dei Castelli romani sia in quartieri periferici romani. L’ obiettivo degli spacciatori, secondo gli inquirenti, oltre quello di vendere dosi per uso personale, era anche quello di cercare tra gli studenti nuovi adepti per la loro organizzazione che faceva capo ad esponenti della ‘ndrangheta calabrese. Gli uomini accusati di averlo ucciso per vendetta sono statiarrestati dai carabinieri della compagnia di Bracciano, pregiudicati, affiliati alla ‘Ndrangheta e gestori di un traffico di stupefacenti nella zona dei castelli romani perconto del clan Morabito. Proprio le rivelazioni di Fidelibus avevano consentito agli inquirenti di risalire ad individuare un esponente di spicco del clan calabrese. I due pregiudicati sono accusati di aver ucciso premeditatamente Fidelibus sparandogli contro un colpo di pistola e di averne occultato il cadavere. Fatto avvenuto nel settembre del 95 .
IL 17 MARZO DEL 97 I CARABINIERI DEL COMANDO PROVINCIALE DI REGGIO CALABRIA DANNO IL VIA NELLE PROVINCE DI REGGIO E DI ROMA, AD UN’ OPERAZIONE ANTIMAFIA DENOMINATA ”TUAREG” COORDINATA DAL SOSTITUTO PROCURATORE NICOLA GRATTERI DELLA DDA REGGINA.
L’ operazione e’ finalizzata all’ esecuzione di 27 ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di presunti affiliati alle cosche Morabito-Mollica e Speranza-Palamara-Scriva di Africo Nuovo, accusati di associazione mafiosa, omicidio, traffico internazionale di stupefacenti ed estorsioni.Queste famiglie sono state coinvolte in una faida scaturita, dal rapimento della farmacista Concetta Infantino e che dal gennaio 1985 ha provocato oltre 50 morti. Sei arresti vengono compiuti in tre paesi in provincia
di Roma, Rignano Flamino, Campagnano e Morlupo. I carabinieri della sezione operativa del Gruppo di Bracciano, fermano i fratelli Carmelo, Domenico e Natale Morabito, di 36, 30 e 32 anni, i fratelli Saverio e Domenico Mollica, di 39 e 30 anni, e Giuseppe Palamara, 29 anni, cugino dei Morabito. Sono tutti accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso, traffico di stupefacenti, sequestro di persona, estorsione. I calabresi erano giunti nel Lazio del 1992 dopo essere stati sottoposti alla sorveglianza speciale. I REATI LORO ADDEBITATI, TRA I QUALI IL SEQUESTRO DELLA FARMACISTA INFANTINO, VANNO DAL 1978 AL ‘95. I MORABITO-MOLLICA RISULTANO IN QUELLA FASE OPPOSTI AL GRUPPO SPERANZA-PALAMARA-SCRIVA, che addebitava loro la cattiva gestione del sequestro della farmacista. Le indagini svolte dai carabinieri di Bracciano consentono di sequestrare numerosi documenti che comprovano l’attività’ della cosca nel traffico di stupefacenti e nel riciclaggio di denaro sporco che veniva investito nell’acquisto di immobili e terreni. E siamo arrivati ad aprile del 98.Si torna a parlare di operazione Tuareg, stavolta è la ordinanze di custodia cautelare vengono eseguite dai carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria .E’ il seguito della precedente. Le persone arrestate fanno parte, secondo l’ accusa, di due cosche (i Palamara-Scriva da una parte ed i Morabito-Mollica dall’ altra) per anni sono state contrapposte nella cosiddetta ”faida di Motticella” scarcerate dopo il pronunciamento della Corte di cassazione che, estendendo ed ampliando retroattivamente le garanzie riconosciute all’ imputato in tema di obbligatorietà dell’ interrogatorio all’ arrestato, aveva di fatto dichiarato la nullità delle ordinanze emesse nel marzo dello scorso anno dal Gip distrettuale di Reggio Calabria. Gli arrestati, erano tornati a Roma, Rigniano Flaminio e Riano. A SETTEMBRE DEL 98, OPERAZIONE CONDOTTA DAL CENTRO DIA DI REGGIO CALABRIA, DENOMINATA ”OLIMPIA 4” SEGUITO DI ALTRE TRE OPERAZIONI CONDOTTE CONTRO PRESUNTI APPARTENENTI ALLA ‘NDRANGHETA.
(circa 500 indagati che hanno fatto piena luce su oltre 20 anni di storia criminale, dalle origini ai rapporti con l’ eversione nera; dalla prima guerra di mafia all’ascesa del clan De Stefano; dalla seconda guerra di mafia alla pacificazione del 1991, fino alle infiltrazioni nelle istituzioni). Sono 41 i provvedimenti emessi :tra gli arrestati l’ avvocato Giorgio De Stefano, cugino del boss Paolo De Stefano, assassinato nel corso della guerra di mafia che ha insanguinato Reggio Calabria. Una delle vicende di maggior rilievo nell’ ambito dell’ inchiesta è, IL SEQUESTRO DI UMBERTO MUNAO’, UN KILLER DELLA FAMIGLIA IMERTI-CONDELLO, COMPIUTO A MORLUPO IL 28 GENNAIO 1990. MUNAO’ ERA ALL’ EPOCA LATITANTE E VENNE NOTATO DA PERSONAGGI DELLA COSCA MORABITO DI AFRICO NUOVO che lo sequestrarono e lo interrogarono per conoscere i motivi della sua presenza in zona, temendo che si stesse preparando un attentato ai danni dell’ avvocato Giorgio De Stefano, che si recava spesso nella capitale. Dopo un “duro” interrogatorio (vi avrebbe partecipato lo stesso De Stefano), Munao’ venne liberato e successivamente fu arrestato dai carabinieri di Torino. Fra i 33 arresti dell’operazione, due vengono compiuti inprovincia di Roma dal gruppo carabinieri di Bracciano che cattura Salvatore Ligato nato a Bruzzano Zerfino (Reggio Calabria), residente a Rignano Flaminio e Giuseppe Velona’ anche lui nato a Bruzzano, con precedenti penali e residente a Morlupo. E siamo all’operazione Ionio nel 2003 . Il capo del gruppo arrestato dal Ros e’ Domenico Antonio Bruzzaniti, 46 anni di Bova Marina, già latitante e già arrestato l’anno precedente a Roma, ricercato perché condannato dalla Corte d’Appello di Genova a nove anni e sette mesi di reclusione per traffico di stupefacenti. Le indagini, coordinate dal Pm Lucia Lotti della procura distrettuale antimafia di Roma, ricostruiscono l’attività del clan, capeggiato da Bruzzaniti, con la moglie Giuseppina Stelitano, il figlio Salvatore e di Natale e Antonino Bruzzaniti. Quando scattano gli arresti il gruppo era impegnato nel recupero di crediti concessi a commercianti e imprenditori in difficoltà economiche, con tassi d’ interesse mensili del 10 per cento (120 annuo). Gli interessi venivano riscossi con periodicità quindicinale o mensile direttamente dagli arrestati, che spesso venivano sottoposti a violenze e minacce. I dati investigativi parlano chiaro e fanno dire al sostituto procuratore nazionale antimafia Emilio Le donne che ”la pervasività della ‘ndrangheta ha contaminato anche ilLazio e la Capitale”.
E quello del defunto Antonio Pelle, classe 1932, inteso ‘U Gambazza‘
L’ARRESTO DI ANTONIO PELLE, INTESO DI ‘NTONI ‘U GAMBAZZA, IL 12 GIUGNO 2009 I carabinieri del Ros di Reggio Calabria, scriveva Luigi Palamara, sono riusciti ad individuare Antonio Pelle seguendo le mosse della moglie, Giuseppa Giampaolo, di 73 anni, che si era mossa da San Luca per stare vicina al marito ricoverato nell’ospedale di Polistena. «La ricerca di Antonio Pelle – ha spiegato il ten.col. Valerio Giardina, comandante del Ros di Reggio – si era infittita da due anni a questa parte. Avevamo proceduto già all’arresto di due suoi efficaci fiancheggiatori, Francesco Vòttari e Vincenzo Trimboli, due personaggi di assoluta fedeltà al boss catturato». Individuato dove si trovava il boss latitante, i carabinieri sono entrati in azione nella tarda mattinata, subito dopo che Pelle è stato operato e gli hanno notificato l’ordinanza di custodia cautelare in una stanzetta a due letti, adibita a ricoveri postoperatori. «La cattura di Pelle – ha detto il procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone incontrando i giornalisti insieme al comandante del reparto operativo di Reggio, ten.col. Carlo Pieroni – è stata conseguita anche grazie all’utilizzo di complesse apparecchiature tecnologiche che ci hanno permesso di controllare efficacemente e continuamente la zona di origine del boss e i movimenti del suo nucleo familiare, composto oltre che dalla moglie, dai figli Giuseppe, Sebastiano, Domenico e Maria». Era inteso La Mamma (San Luca, 1º marzo 1932 – Locri, 4 novembre 2009) capo della cosca Pelle di San Luca. Era stato condannato definitivamente a una condanna di 26 anni per traffico di stupefacenti e associazione a delinquere di stampo mafioso. Riforniva i Pesce di eroina a basso prezzo. Nel 1999 avrebbe ricoperto anche la carica di Crimine. In dieci processi fu difeso dall’avvocato Giovanni Leone e fu assolto ben 9 volte. Nella struttura gerarchica aveva il grado di vangelo. Era tra i capi riconosciuti del mandamento Ionico-Reggino. Gli doveva succedere il figlio primogenito Salvatore Pelle, ma è stato arrestato il 10 marzo 2007. Antonio Pelle viene arrestato a Polistena il 12 giugno 2009 dopo circa 9 anni di latitanza. Nel corso di un blitz dai carabinieri in provincia di Reggio Calabria , Si trovava all’ospedale per curare un’ernia strozzata. Alla cattura ha detto: “È tutto finito, è tutto finito”. Antonio Pelle muore a 77 anni. Gli succede, alla guida dell’omonimo clan, come scrivono i p.m. il secondogenito PELLE Giuseppe nel ruolo di direzione della ‘ndrina, con compiti di decisione, pianificazione e di individuazione delle azioni delittuose da compiere e degli obiettivi da perseguire, impartiva direttive alle quali tutti gli altri associati davano attuazione; il PELLE, inoltre, quale elemento di vertice della cosca, era legittimato a partecipare ai summit dell’organizzazione denominata ‘ndrangheta nei quali si decidevano gli equilibri relativi ai “locali” inseriti nella zona jonica della provincia reggina.
INFINE I CLAN DEI FICARA E DEI LATELLA DI REGGIO CALABRIA. STORICAMENTE SONO DUE COSCHE ALLEATE DEI DE STEFANO DI ARCHI. i fratelli De Stefano (dei quattro, Giovanni fu ucciso al Roof Garden di Reggio l’11 settembre del 1974; Giorgio venne ammazzato ad Acqua del Gallo, nella zona di Gambarie, il 9 novembre del 1977 e Paolo, sposato con Rosa Errigo ad Archi, assieme al suo guardaspalle Antonino Pellicanò che lo stava trasferendo in scooter, il 13 ottobre del 1985; il quarto, Orazio, è stato arrestato il 22 febbraio 2004 a Reggio Calabria, al Parco Caserta dal capo della Squadra Mobile reggina, Salvatore Arena). Arrestati abcge i boss di terza generazione: Carmine De Stefano, genero di Franco Coco Trovato, è stato arrestato, il 10 dicembre del 2001. Giuseppe De Stefano, latitante dal 2003, tra i 30 più ricercati d’Italia viene arrestato il 10 dicembre 2008 nel Quartiere Pietrastorta a Reggio Calabria. Il capobastone Paolo Rosario De Stefano, cugino di Giuseppe De Stefano, è arrestato il 18 agosto 2009 a Taormina; era in vacanza insieme alla famiglia; figurava tra i 30 latitanti più ricercati in Italia. Il clan dei Latella-Ficara si estende a sud della città. Capibastone storici. Giovanni Ficara inteso ‘U Gioielleri, era cognato di Giacomo Latella ( di Saverio, Giuseppe e Antonino Latella), avendone sposato la sorella Consiglia. Il 23 dicembre del 1990 qualcuno tentò di ammazzarlo a colpi di bazooka, ma si salvò. Morirà invece in carcere per cancro l’8 febbraio de 2000 lo stesso giorno della chemioterapia (9 febbraio 2000); I carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria tempo fa arrestarono a Matelica (Macerata) Vincenzo Ficara, di 37 anni, latitante dal 1998. L’uomo, ritenuto uno dei boss della cosca Ficara-Latella di Reggio Calabria, è stato condannato all’ergastolo in via definitiva ed è ritenuto il killer di Vincenzo Barreca. Finisce qui un primo articolo, ma presto ce ne saranno altri di uguale sapore. Domenico Salvatore


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